
“Ma ricordati sempre che i mostri non muoiono. Quello che muore è la paura che t’incutono”. Cesare Pavese
E sei lì, apparentemente tranquillo o finalmente in vacanza e invece eccolo... arriva lui... tanto spaventoso quanto imprevedibile, e come ricordo ti lascia la paura, l’ansia di poter provare nuovamente quelle sensazioni terribili. Tante volte chi lo prova ha quasi paura di nominarlo, tanto è stato devastante. Ma cos’è stato?
Quelle improvvise sensazioni di pericolo, accompagnate da tachicardia, sudorazione improvvisa, sensazione di soffocamento, palpitazioni, tremori e testa vuota sono alcuni dei classici sintomi di un attacco di panico, l’apice di uno stato d’ansia che chi lo prova non vorrebbe mai averlo conosciuto.
E dietro di sé lascia la paura minacciosa di un ritorno, un nuovo momento di angoscia, a cui non è possibile sottrarsi nel momento in cui avviene e dove l’unica salvezza sembra essere lo stare in allerta.
Rapidamente ci si trova invischiati in un circolo vizioso a cui spesso si accompagna la così chiamata “agorafobia”, ossia la paura di essere in spazi o situazioni dove non sia possibile una via di fuga.
Spesso succede che a un primo attacco non se ne ripresenti un secondo, ma nella maggior parte delle volte il primo non rimane mai isolato, lasciando dietro di sé la paura di una malattia fisica grave (il che porta la persona a sottoporsi a numerosi accertamenti fisici e strumentali), o un’ansia anticipatoria con la paura di impazzire o di perdere il controllo, che a lungo andare possono portare a una continua sensazione di vuoto interno accompagnata da totale impotenza e fragilità.
Nella mia esperienza clinica l’attacco di panico è per eccellenza quello che smuove quasi subito la persona a cercare un aiuto; troppe volte si cerca questo nel farmaco, che sembra poter eliminare in fretta il problema ma senza andare alla radice di questo disagio. Le persone che vengono in terapia cercano la motivazione di questo loro disturbo oltre alle possibili soluzioni.
Ma cosa vuole esprimere l’attacco di panico?
Data la mia inclinazione sistemico relazionale, il sintomo ha un suo significato che va ricercato nelle relazioni e nei nostri vissuti. L’esordio dei sintomi è legato a un equilibrio che si rompe tra diversi sistemi di relazioni e il lavoro terapeutico mira a far ritrovare il proprio posto all’interno di tali sistemi relazionali di riferimento.
Il mio lavoro con le persone con attacchi di panico mira a cercare come questo sintomo si è inserito nella trama relazionale della persona: si cerca insieme di ricostruire la storia delle sue relazioni e di vedere insieme cosa lega queste ultime alle tematiche dei legami e dell’indipendenza.
Il diario di bordo e l’EMDR
Assieme a questo lavoro di ricostruzione della storia relazionale della persona, molto utili sono due tecniche di cui io stessa mi avvalgo. La prima viene definita “diario di bordo” e riguarda una precisa prescrizione data alla persona di compilare uno specifico schema nel momento dell’attacco. In tale schema dovrà riportare ora, luogo, situazione, pensieri, sintomi, e permette di spostare l’attenzione dal sintomo al compito, liberando il soggetto dal controllo disfunzionale del proprio stato.
La seconda tecnica che frequentemente utilizzo si chiama EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing). L’EMDR è un approccio integrato di psicoterapia nato per desensibilizzare i sintomi disturbanti legati a ricordi traumatici e, nello specifico, lo scopo di tale approccio è quello di identificare la situazione e il momento primariamente responsabili di apprendimenti disfunzionali. La desensibilizzazione e la rielaborazione di ogni aspetto dell’esperienza traumatica e dei ricordi connessi consentono alla persona di integrarli, di creare associazioni più adattive e di dare origine a una ristrutturazione cognitiva ed emotiva (Giannantonio, 2009b).
Grazie ai movimenti oculari o, in alternativa, a un altro tipo di stimolazione bilaterale, qualora non fossero possibili quelli oculari, viene quindi accelerata l’elaborazione relativa al ricordo all’origine dell’attacco di panico, integrando cognizioni e memorie all’interno del campo di coscienza, modificando così anche l’idea di sé e del proprio valore personale. Questa elaborazione “accelerata” avviene grazie all’intervento simultaneo sulle sensazioni corporee dolorose e spiacevoli, sulle emozioni negative e sulle cognizioni correlate.
L’importanza della fiducia
La persona con attacchi di panico, di norma, per la sua tendenza all’iper-controllo, tende ad attivare delle strategie appunto di “controllo” rivolte non solo verso sé stesso, in modo da controllare le emozioni o il comportamento, ma anche sul terapeuta, con cui ha difficoltà ad affidarsi inizialmente. Requisito fondamentale per ovviare a questa sua strategia e poter riuscire nella terapia è l’instaurarsi dell’alleanza terapeutica e la costruzione di un clima di fiducia. Il terapeuta dovrà saper trasmettere al soggetto la sicurezza di saper controllare e gestire la situazione, in modo tale che per la persona sarà più facile abbassare le difese e lasciarsi guidare, arrivando a un esito positivo del trattamento.
Dott.ssa Teris Breschigliaro – Psicologa e Psicoterapeuta. Articolo pubblicato su Salute33, Rivista di Divulgazione Scientifica, anno 4, n. 35.
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